Circondata da vigneti, la provincia di Avellino offre vini di fama internazionale.

L’Aglianico di Taurasi prende il nome dall’omonima cittadina, l’antica Taurasia d’epoca sannitica, un piccolo borgo vinicolo che i romani fecero loro dopo aver sconfitto gli irpini nell’80 d.C. Il vitigno principale era un tempo detto “hellenico” a sottolinearne l’origine greca. Viene prodotto con uve Aglianico almeno all’85% nei 17 comuni irpini della Valle del Calore su terreni collinari di origine vulcanica argillosi calcarei. Il Taurasi DOCG deve essere sottoposto ad un periodo di invecchiamento obbligatorio di almeno tre anni, di cui uno in botte. La gradazione alcolica non è mai inferiore ai 12°, ha un colore rubino intenso e brillante con profumo caratteristico e persistente con sfumatura di vaniglia e liquirizia. Si abbina a primi a base di funghi, tartufi, sughi di carne, selvaggina, carni rosse, formaggi stagionati.
Il Greco di Tufo, vino DOC dal 1970 e DOCG dal 2003, è il più nobile dei vitigni bianchi meridionali. Importato dalla regione greca della Tessaglia, dai Pelagi, vanta origini millenarie, confermate dal ritrovamento a Pompei di un affresco risalente al I secolo a.C. dove si menziona esplicitamente in una poesia, forse di un amante respinto: “ Sei veramente gelida, Bice, e di ghiaccio, se ieri sera nemmeno il vino Greco è riuscito a scaldarti”. La coltivazione del vitigno Greco fu diffusa all'inizio sulle pendici del Vesuvio e successivamente in altre zone in provincia di Avellino, dove prese il nome di Greco di Tufo. Il sito di Tufo si caratterizza per il suo terreno di origine vulcanica, ricco di carbonato di calcio. Le uve vinificate in purezza danno un vino di gradazione alcolica di 12,50°. Ha un colore paglierino, dal profumo delicato con note fruttate e retrogusto di mandorla. Il Greco si evolve in maniera peculiare: a tre anni dalla vendemmia può essere abbinato sia alla cucina tipica del territorio che a quella di mare della costa. Perfetto con piatti a base di pesce, crostacei, e addirittura con la pizza napoletana.
Antico vitigno di epoca romana, il Fiano di Avellino era detto “latino” per distinguerlo dai vitigni di origine greca, e “vitis apiana” poiché le api sono particolarmente attratte della dolcezza di queste uve. Il vino, venne apprezzato in tutte le epoche: nel registro di Federico II di Svevia, vissuto nel XIII secolo, è annotato un ordine per tre "salme" di Fiano. Anche Carlo d'Angiò doveva amare il buon vino, al punto da impiantare nella propria vigna reale ben 16.000 viti di Fiano.
Il vitigno- riconosciuto DOC nel 1978 e confermato DOCG nel 2003- comprende 26 comuni in cui è compreso anche il capoluogo, Avellino. E’ consentita l’aggiunta non superiore al 15% di altri vitigni a bacca bianca come il Greco, la Coda di volpe e il Trebbiano toscano. Questi ultimi due venivano regolarmente utilizzati dai contadini per abbassare l’acidità eccessivamente alta sia nel Fiano che nel Greco di Tufo, un problema risolto anche ritardandone semplicemente il consumo, che per questo motivo avveniva tradizionalmente a due anni circa dalla vendemmia. Il grado alcolico deve partire da un minimo di 11,5°. Il colore è giallo paglierino più o meno intenso, l’odore delicato e gradevole con spiccato sentore di frutta matura. Il sapore asciutto, armonico. Per individuare il Fiano di Avellino bisogna riconoscere il sentore di nocciola più o meno tostata, la pianta tipica delle campagne irpine. Si abbina a frutti di mare, crostacei, carni bianche e formaggi freschi.
